Il mistero del libro di Ranucci che forse è un mistero soltanto per chi ha bisogno di un altro caso Ranucci (ilfoglio.it)
0Ormai attorno a Sigfrido Ranucci sembra essersi sviluppato un genere giornalistico autonomo. Non importa molto quale sia la notizia: basta che da qualche parte compaia il suo nome e immediatamente parte la ricerca della contraddizione, del retroscena, dell'amicizia sospetta, della frase pronunciata male o della virgola capace di diventare un caso nazionale.
Questa volta tocca al fantomatico libro con Maria Rosaria Boccia.
Qualche giorno fa Boccia racconta al Corriere che esiste un progetto editoriale concreto e già in stato avanzato. La notizia viene raccontata come quella di un libro scritto “a doppia firma” con Ranucci. Ranucci però smentisce di stare scrivendo un libro insieme a lei. Ed ecco servito il nuovo giallo dell'estate: uno dei due mente? Il libro esiste? Non esiste? Chi sta coprendo chi?
Solo che, andando oltre il titolo, la faccenda diventa molto meno eccitante.
Boccia oggi precisa una cosa piuttosto semplice: lei aveva confermato l'esistenza del progetto editoriale, non aveva dichiarato testualmente che quel libro sarebbe stato scritto a quattro mani con Sigfrido Ranucci. E infatti ribadisce che il progetto esiste, ma preferisce non spiegare quale sia esattamente il ruolo del giornalista.
Si può certamente trovare questa reticenza curiosa. Si possono fare domande. È esattamente quello che dovrebbe fare un giornale.
Quello che colpisce è però la sproporzione.
Perché da settimane intorno a Ranucci sembra essersi costruita una gigantesca macchina narrativa nella quale ogni rapporto personale diventa ambiguo, ogni conoscenza diventa compromettente e ogni dettaglio della sua vita professionale sembra meritare un'indagine nell'indagine. Persino l'esistenza, la firma o la collaborazione a un libro diventano materiale attraverso cui alimentare il sospetto.
E tutto questo accade mentre sul tavolo c'è qualcosa di leggermente più importante: il futuro di Report e del suo conduttore in Rai.
Ranucci in questi giorni ha parlato apertamente di un «attacco vergognoso» contro di lui e contro la trasmissione. Intanto la Rai sta valutando la sua posizione e sui giornali sono circolate persino ipotesi sulla sua sostituzione alla conduzione.
È questo il contesto che rende il “giallo del libro” molto meno divertente di quanto sembri.
Ranucci non è infallibile e Report non è un testo sacro. Se un giornalista commette errori, quegli errori vanno contestati nel merito. Se esistono comportamenti professionalmente scorretti, vanno dimostrati. Se un'inchiesta contiene falsità, si prendano quelle falsità e le si smontino una per una.
È il mestiere del giornalismo.
Ma quando invece si accumulano amicizie, telefonate, incontri, indiscrezioni, stipendi, libri veri, libri presunti e rapporti personali fino a costruire intorno a un giornalista una permanente atmosfera di sospetto, allora viene spontaneo chiedersi se l'obiettivo sia ancora verificare il suo lavoro oppure rendere progressivamente impresentabile chi quel lavoro lo fa.
E forse la domanda interessante non è neppure se Boccia e Ranucci scriveranno insieme un libro.
La domanda è un'altra.
Perché improvvisamente sembra diventato così importante trovare qualcosa, qualsiasi cosa, da raccontare su Sigfrido Ranucci?
Perché se per mettere in discussione anni di inchieste di Report siamo arrivati al grande mistero estivo della firma sulla copertina di un libro, forse il problema non è Ranucci.
Forse è che qualcuno sta raschiando il fondo del barile.
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