Note di economia, politica e tecnologia

Lo Yemen riapre il cielo della guerra (apnews.com)

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L’Arabia Saudita ha confermato che due aeroporti, a Najran e Jizan, sono stati colpiti durante la nuova escalation con gli Houthi: tre persone sono rimaste lievemente ferite e le strutture hanno subito danni. Gli Houthi rivendicano inoltre attacchi contro altri aeroporti, installazioni militari e una raffineria Aramco; non tutte queste rivendicazioni risultano confermate.

Intanto le forze yemenite sostenute da Riad avanzano verso Bab el-Mandeb, passaggio decisivo per il traffico energetico mondiale. La guerra dimenticata torna dunque sulle mappe non perché siano diminuiti i morti, ma perché missili e droni hanno ricominciato a sfiorare aeroporti, petrolio e rotte commerciali.

È la solita gerarchia dell’attenzione internazionale: una crisi umanitaria può durare anni in silenzio; basta che minacci un barile o un corridoio marittimo perché torni improvvisamente “strategica”.

https://apnews.com/article/iran-yemen-israel-saudi-uae-gaza-october-6-2026-efdbaff2e5931655543fd86638682ad5

Dieci giorni per spegnere Report (rainews.it)

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La Rai ha sospeso Sigfrido Ranucci per dieci giorni mentre il Tribunale del lavoro deve ancora decidere sul suo ricorso contro la rimozione dalla guida di Report. L’azienda indica quattro contestazioni disciplinari; il giornalista annuncia battaglia legale.

I fatti disciplinari andranno valutati nelle sedi competenti. Il dato politico, però, è già visibile: il servizio pubblico interviene sul volto della sua trasmissione d’inchiesta più esposta mentre è aperto un contenzioso sulla sua estromissione. Una coincidenza istituzionale che richiederebbe trasparenza chirurgica, non comunicati per indiscrezioni.

Quando l’editore è controllato dalla politica, ogni sanzione a un giornalista scomodo diventa inevitabilmente anche una prova sulla credibilità dell’editore. La Rai può avere ragione nel merito; deve dimostrarlo con più chiarezza di un’azienda privata, non con meno.

https://www.rainews.it/articoli/2026/10/rai-sanzione-disciplinare-per-sigfrido-ranucci-sospeso-per-dieci-giorni-dallazienda-70b71a86-c0d0-427e-b87b-3953afc48198.html

La fiducia sulla legge del voto (comunicazione.camera.it)

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Il governo ha posto la fiducia alla Camera sui primi tre articoli della nuova legge elettorale. Il voto che dovrebbe stabilire come i cittadini scelgono il Parlamento viene così blindato proprio nel passaggio in cui il Parlamento dovrebbe poter scegliere.

La fiducia è uno strumento legittimo; usarla sulla legge delle regole, però, trasforma la maggioranza da arbitro interessato in arbitro senza contraddittorio. Non è solo procedura: è il metodo con cui chi governa decide anche il terreno della prossima partita.

La fretta viene spiegata con la necessità di arrivare al voto con norme certe. Ma quando la certezza si ottiene comprimendo il confronto, il sospetto non è antipolitica: è la conseguenza politica più prevedibile.

https://comunicazione.camera.it/archivio-prima-pagina/19-62857

Stabilicum, tre fiducie per non farsi sfiduciare dai propri: la legge elettorale blindata (ilgiornale.it)

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Alla Camera il governo ha posto la questione di fiducia su tre dei quattro articoli modificati dal Senato della legge elettorale: i voti sugli articoli 1 e 2 sono fissati per il 6 ottobre, quello sull'articolo 3 per il 7, con il voto finale previsto giovedì 8. La fiducia ha un effetto preciso: evita lo scrutinio segreto, il terreno su cui i franchi tiratori della maggioranza avevano già colpito nella prima lettura. Meloni ha del resto legato il destino dell'esecutivo al testo: se non passa, ha fatto sapere, le conseguenze sono inevitabili, dimissioni comprese.

L'opposizione parla di metodo "indegno" (Fornaro, Pd, ricorda di aver presentato solo una cinquantina di emendamenti, senza ostruzionismo) e contesta il merito: soglia del 42% per il premio, firme per le nuove liste, capilista bloccati senza alternanza di genere. Ma il paradosso è tutto in casa della maggioranza: la riforma che doveva garantire stabilità richiede di essere votata con la fiducia perché ci si fida poco dei propri parlamentari, e nel frattempo Malan lancia l'ipotesi di urne a maggio per poi smentirsi, mentre Giorgetti rimanda ogni decisione a dicembre.

Per l'opposizione la coerenza non è migliore: dopo mesi di "legge truffa", i sondaggi circolati nelle scorse settimane suggerirebbero che il premio potrebbe favorire proprio il campo largo, se il centrodestra resta diviso. Una legge scritta per paura di perdere che rischia di non essere votata per paura dei franchi tiratori: tutti, a modo loro, giocano contro il proprio tabellone.

https://www.ilgiornale.it/news/interni/legge-elettorale-il-governo-pone-la-questione-di-fiducia-sui-prime-tre-articoli/

Il Québec vota i separatisti, non ancora la separazione (apnews.com)

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Il Parti Québécois ha vinto le elezioni provinciali ed è tornato al governo dopo oltre un decennio, ma senza raggiungere i 64 seggi necessari per la maggioranza. Paul St-Pierre Plamondon promette comunque un nuovo referendum sull’indipendenza entro il mandato, dopo la fine della presidenza Trump.

La vittoria riapre una questione che il Canada aveva imparato a considerare archiviata. Ma il voto non equivale automaticamente a un sì alla secessione: il sostegno all’indipendenza resta minoritario e molti elettori volevano soprattutto cacciare la Coalition Avenir Québec, al potere dal 2018.

Qui sta il cortocircuito: un partito può conquistare il governo con una promessa costituzionale che non dispone ancora di una maggioranza sociale né parlamentare. Il Québec ha rimesso il referendum sul tavolo, ma ha anche consegnato ai separatisti un governo di minoranza. Più che un mandato a partire, è un obbligo a convincere.

https://apnews.com/article/a4e8ecaa4026c46d0346e9487c5e333d

Il Patto della Mecca mette gli scarponi (mfa.gov.tr)

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Turchia, Pakistan e Arabia Saudita hanno deciso di attivare immediatamente gli impegni di difesa collettiva del Patto della Mecca e di predisporre il rapido dispiegamento nel Regno delle forze e delle capacità concordate. Il comunicato ufficiale non precisa numeri, provenienza dei reparti o calendario.

L’alleanza, firmata ad agosto e presentata come puramente difensiva, smette così di essere una formula diplomatica. Riunisce il denaro e il peso regionale sauditi, una potenza nucleare come il Pakistan e la seconda forza armata della NATO, mentre gli attacchi Houthi e la guerra con l’Iran stanno ridisegnando la sicurezza del Golfo.

Il dettaglio più importante è proprio ciò che manca: non sappiamo ancora quali truppe arriveranno né con quali regole d’ingaggio. Ma quando un patto passa dai vertici al dispiegamento, l’ambiguità non tranquillizza: diventa parte della deterrenza. E anche del rischio di trascinamento.

https://www.mfa.gov.tr/joint-statement-on-the-emergency-meeting-of-the-strategic-political-and-defense-committee-of-the-makkah-alliance-for-defense-5-october-2026.en.mfa

Centotrentuno posti, una telefonata in copertina (ansa.it)

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Ericsson ha ritirato la procedura di licenziamento collettivo che coinvolgeva 131 lavoratori della sede di Genova. L’azienda lo ha comunicato al tavolo convocato dal Mimit; si apre ora un percorso basato su uscite volontarie incentivate e possibili ricollocazioni.

Palazzo Chigi attribuisce la svolta all’intervento personale di Giorgia Meloni con l’amministratore delegato. Il risultato conta e va riconosciuto. Ma prima della telefonata ci sono stati settimane di mobilitazione, iniziative sindacali, un voto unanime del Consiglio regionale e il lavoro delle istituzioni locali.

La politica personalizzata ama il miracolo istantaneo perché cancella il processo e concentra il merito. I posti non si difendono però con una rubrica telefonica: servono regole industriali, tavoli stabili e garanzie sul futuro del polo di ricerca. Altrimenti resta una vittoria preziosa, ma appesa al prossimo numero che qualcuno riuscirà a chiamare.

https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/10/05/meloni-chiama-lad-di-ericsson-e-lazienda-ritira-i-licenziamenti_6f923dee-3bcc-4d15-a7c7-6ac06cff5dda.html

La legge del voto passa senza voto (comunicazione.camera.it)

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Il governo ha posto tre questioni di fiducia sui primi tre articoli della riforma elettorale alla Camera. Le norme riguardano preferenze, firme per presentare le liste e collegi del Trentino-Alto Adige; il voto finale, previsto l’8 ottobre, resterà segreto.

La fiducia trasforma una discussione sulle regole comuni in una prova di disciplina per la maggioranza: cancella gli emendamenti e rende palese il voto sui singoli articoli. È una blindatura pensata anche per evitare che il dissenso interno riemerga al riparo dell’urna.

Si dirà che la procedura è legittima, ed è vero. Ma una legge elettorale approvata usando il rapporto fiduciario non diventa per questo più condivisa: diventa soltanto più sicura per chi la sta scrivendo. Il paradosso è limpido: per decidere come voteranno gli italiani, il Parlamento viene invitato soprattutto a obbedire.

https://comunicazione.camera.it/archivio-prima-pagina/19-62821

Il fine vita cambia diritto quando cambia la Regione (bur.regione.veneto.it)

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Il Veneto ha approvato una legge che organizza tempi e procedure del Servizio sanitario per il suicidio medicalmente assistito, entro i requisiti già fissati dalla Corte costituzionale. Ora il governo deve decidere se impugnarla, come ha fatto con le norme di Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna.

La questione giuridica è reale, ma quella politica è impossibile da nascondere: il Veneto è la prima Regione di centrodestra a percorrere la stessa strada. Ciò che altrove era stato presentato come invasione delle competenze statali diventa improvvisamente materia di discussione dentro la maggioranza.

Un diritto delicato non può dipendere dal colore della giunta che prova a renderlo praticabile. Se serve una disciplina nazionale, il Parlamento la approvi; se invece si continua a rinviare, almeno si eviti di usare la Costituzione come un interruttore di partito.

https://bur.regione.veneto.it/BurvServices/Pubblica/DettaglioLegge.aspx?id=590982

Sánchez stacca la spina: la casa diventa lo slogan, Junts il bersaglio (tg24.sky.it)

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Dopo la bocciatura il 2 ottobre dei due decreti sulla casa (stop agli sfratti per i vulnerabili fino al 2030, limiti ai fondi che investono sugli affitti, rinnovo automatico dei contratti), Pedro Sánchez ha annunciato dalla Moncloa elezioni anticipate per il 29 novembre. Contro i decreti hanno votato insieme PP, Vox e gli indipendentisti catalani di Junts, che da tempo avvertivano di non garantire più i propri voti.

La mossa è insieme una resa e un calcolo. Resa, perché il governo non ha una maggioranza stabile e la legislatura, che sarebbe scaduta nell'estate 2027, era già ingovernabile. Calcolo, perché la crisi abitativa, innescata anche dal caso dello sfratto di un'anziana di 87 anni, mobilita milioni di elettori e permette ai socialisti di trasformare una sconfitta parlamentare in bandiera elettorale, indicando nei partiti che hanno votato no i colpevoli del blocco.

Resta una domanda scomoda per tutti. Per Sánchez: perché un'emergenza tanto urgente è arrivata in aula con decreti destinati a cadere, e solo a ridosso del voto? Per Junts, PP e Vox: è davvero difendibile votare contro misure sulla casa dicendo agli elettori che la colpa è del governo? Il 29 novembre le risposte le daranno le urne.

https://tg24.sky.it/mondo/2026/10/05/spagna-sanchez-voto-anticipato