Note di economia, politica e tecnologia

Meloni lascia a marzo? Palazzo Chigi smentisce, ma il rumore resta (fanpage.it)

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Secondo un'indiscrezione riportata da la Repubblica e rilanciata da Fanpage e altri, Giorgia Meloni avrebbe prospettato ai leader della maggioranza un piano: dimissioni a fine marzo, subito dopo il Consiglio europeo straordinario di Roma, e voto anticipato tra maggio e giugno, magari con election day accorpato alle comunali. Palazzo Chigi nega in modo categorico: la legislatura andrà a scadenza naturale.

La smentita è netta, ma non spiega perché la voce circoli proprio ora. Il fatto verificato è che il centrodestra tratta già i candidati sindaco per Milano, Roma, Napoli e Torino, e che il timore di arrivare al voto politico dopo amministrative sfavorevoli è un movente politico plausibile. Che sia un piano reale, un pallone sonda o un avvertimento agli alleati resta pura interpretazione: nessuno, finora, ha messo il nome di una fonte sotto la notizia.

Le contraddizioni non mancano da nessuna parte. Meloni ha ripetuto che il governo durerà cinque anni, e un governo davvero sicuro non ha bisogno di smentire categoricamente uno scenario che ritiene fantasia. L'opposizione, dal canto suo, ha già pronta la campagna sul 'governo in fuga', ma deve ancora decidere con quale coalizione e con quale legge elettorale presentarsi. E parte della stampa tratta un retroscena anonimo come un fatto compiuto, salvo poi chiedere trasparenza alla politica.

https://www.fanpage.it/politica/giorgia-meloni-potrebbe-dimettersi-a-marzo-quando-si-andrebbe-a-votare/

Bolsonaro contesta la proroga che aveva chiesto (noticias.uol.com.br)

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Flávio Bolsonaro ha rifiutato di riconoscere la vittoria di Lula e ha annunciato che chiederà l'annullamento del ballottaggio. Contesta la decisione arrivata a ridosso della chiusura dei seggi: in molte sezioni le urne erano già state spente e non potevano essere riaperte. Il presidente del Tribunale elettorale ha però dichiarato che la proroga non ha inciso sul risultato.

La contestazione ha un cortocircuito documentato: entrambe le campagne avevano domandato più tempo per votare, sia pure per territori e ragioni differenti. Il fronte di Bolsonaro aveva invocato maltempo in tre Stati; quello di Lula problemi al trasporto pubblico. Trasformare dopo la sconfitta una richiesta condivisa in prova dell'irregolarità non chiarisce il caos istituzionale: lo usa.

Il ricorso, se verrà depositato, dovrà essere giudicato nel merito. Il dato politico è già visibile: la regola elettorale diventa accettabile o illegittima a seconda di chi vince, proprio nel Paese in cui Jair Bolsonaro sta scontando una condanna per il tentato golpe seguito alla precedente sconfitta.

https://noticias.uol.com.br/ultimas-noticias/reuters/2026/10/25/flavio-bolsonaro-diz-que-e-impossivel-reconhecer-resultado-da-eleicao-e-vai-pedir-anulacao.htm

Machado torna, Washington preferiva aspettare (apnews.com)

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María Corina Machado è rientrata domenica in Venezuela dopo quasi dieci mesi all'estero. La leader dell'opposizione è apparsa nello Stato di Lara e ha annunciato il ritorno sui social; immagini e testimonianze sul posto sono state verificate da Associated Press e Reuters.

Il dato politico è meno semplice della scena celebrativa. Il rientro arriva mentre il movimento di Machado resta fuori dai colloqui sostenuti dagli Stati Uniti sulla transizione e dopo che, secondo Reuters, funzionari americani le avevano chiesto di rinviarlo. Washington la celebrava come simbolo democratico finché quel simbolo non ha iniziato a disturbare il calendario della diplomazia.

Il ritorno non garantisce elezioni libere né restituisce automaticamente rappresentanza all'opposizione. Ma rende visibile una contraddizione: una transizione costruita senza una delle principali leader oppositrici rischia di essere ordinata soprattutto per chi la amministra, non necessariamente legittima per chi dovrebbe votarla.

https://apnews.com/article/e6eff0c2ff962fd9b0f87270b24ef567

Lula rimonta, ma il Brasile resta a destra (tse.jus.br)

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Luiz Inácio Lula da Silva è stato rieletto presidente del Brasile con il 51,8 per cento dei voti, contro il 48,2 di Flávio Bolsonaro. Il distacco finale è di circa 4,4 milioni di schede. È la prima volta che un candidato brasiliano arrivato secondo al primo turno riesce a ribaltare il risultato nel ballottaggio.

Per Lula è il quarto mandato presidenziale, ma non una restaurazione tranquilla. Le elezioni legislative hanno spostato il Congresso verso destra e consegnato agli alleati dei Bolsonaro una forza capace di ostacolare l’esecutivo. La presidenza resta al progressismo; il terreno parlamentare su cui dovrà governare si è mosso nella direzione opposta.

La vittoria ferma l’avanzata immediata della dinastia Bolsonaro e contiene l’influenza politica di Donald Trump nella maggiore democrazia latinoamericana. Ma scambiare un margine del 3,6 per cento per un ritorno alla normalità sarebbe propaganda. Lula ha vinto il voto; ora dovrà governare un Paese quasi spaccato e un Congresso che non ha seguito la sua rimonta.

https://www.tse.jus.br/eleicoes/eleicoes-2026-content/divulgacao-dos-resultados-das-eleicoes-2026

La Serbia boccia Vučić: vincono gli studenti (rts.rs)

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Aleksandar Vučić ha riconosciuto la sconfitta nelle elezioni parlamentari serbe. Secondo i risultati preliminari, la Lista studentesca ha ottenuto circa il 52 per cento dei voti e tra 135 e 140 seggi su 250, abbastanza per governare; la coalizione guidata dall’ex presidente si ferma intorno a 105. I dati definitivi devono ancora essere proclamati.

Il movimento è nato dopo il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, che nel 2024 uccise 16 persone e diventò il simbolo di corruzione, opacità e clientelismo. Dopo quasi due anni di cortei, gli studenti hanno trasformato la protesta in una lista di esponenti della società civile e hanno battuto il partito che dominava il Paese da quattordici anni.

Vučić ha attribuito la sconfitta anche a interferenze straniere e al cosiddetto “deep state” americano. È il riflesso abituale di un potere che sa contare i voti ma fatica a riconoscere le cause. La lezione serba è più semplice: una piazza diventa davvero pericolosa per il governo quando smette di chiedere ascolto e costruisce un’alternativa credibile.

https://www.rts.rs/lat/vesti/izbori-2026/6069583/vucic-izgubili-smo-izbore-pobedila-je-studentska-lista.html

Quattro anni stabili, quasi 150 decreti d’urgenza (parlamento19.openpolis.it)

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Il governo Meloni festeggia quattro anni a Palazzo Chigi e il primato di durata nella storia repubblicana. Nello stesso periodo ha prodotto quasi 150 decreti-legge: Openpolis ne censisce 146 emanati, mentre un conteggio aggiornato degli atti approvati arriva a 149. Le questioni di fiducia poste dall’esecutivo sono 131.

I conteggi differiscono leggermente per data e metodo, ma il quadro non cambia: il governo più stabile ha governato come se l’urgenza fosse permanente. La Costituzione riserva il decreto-legge ai casi straordinari di necessità e urgenza; nella pratica ne è arrivato in media circa uno ogni dieci giorni.

La durata dell’esecutivo viene presentata come prova di solidità istituzionale. Ma la stabilità dovrebbe restituire tempo al Parlamento, non comprimerlo con decreti e fiducie. Se anche un governo senza crisi di maggioranza tratta il dibattito come un ostacolo, l’eccezione non è più uno strumento: è diventata il metodo.

https://parlamento19.openpolis.it/attivita_legislativa/decreti_legge?typology=omni

Salvini vince, un leghista su quattro vota contro (ansa.it)

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Matteo Salvini è stato rieletto segretario della Lega fino al 2030 con 465 voti. Massimo Garavaglia, candidato dell’ala federalista e critica verso lo spostamento del partito a destra, ne ha raccolti 146: il 24 per cento dei 611 delegati che hanno votato. Il risultato era scontato; la misura del dissenso no.

Il congresso ha approvato una segreteria politica di nove membri, tutti nominati e revocabili dal segretario, mentre il nuovo simbolo sostituisce “Lega Salvini Premier” con “Lega Italia Federale”. Più territorio nel marchio, più potere al vertice nello statuto: il federalismo, almeno per ora, è soprattutto grafico.

Salvini conserva saldamente il comando, ma non ottiene il plebiscito che avrebbe chiuso la discussione. Un delegato su quattro ha scelto apertamente un’alternativa in un partito poco abituato alle correnti. L’abbraccio finale ricompone la scena; i numeri, meno disciplinati, raccontano che la frattura esiste.

https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/10/25/salvini-riconfermato-segretario-della-lega-con-465-voti-contro-i-146_bcf46509-0de0-4534-8ceb-a67876aeff8b.html

Portogallo, sgomberare le tende non abbassa gli affitti (rtp.pt)

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Migliaia di persone sono tornate in piazza a Lisbona e Porto per chiedere affitti sostenibili, più edilizia pubblica e limiti agli sfratti senza un’alternativa abitativa. La mobilitazione, nata a Porto e poi arrivata nella capitale, si è estesa anche a Coimbra, Aveiro, Braga e Faro. A Lisbona i manifestanti hanno rimontato le tende nel Rossio.

Solo pochi giorni prima la polizia aveva sgomberato l’accampamento della piazza e fermato 55 persone. Il nuovo corteo arriva mentre in Parlamento è ancora in discussione la riforma degli affitti voluta dal governo, contestata dai movimenti perché accusata di rendere più facili gli sfratti.

La sequenza è politicamente istruttiva: lo Stato rimuove le tende, ma lascia intatto il motivo per cui sono state montate. L’ordine pubblico può liberare una piazza per qualche ora; non produce case, non riduce i canoni e non trasforma la precarietà in consenso. Quando la protesta ritorna più larga dello sgombero, forse il problema non era il campeggio.

https://www.rtp.pt/noticias/pais/manifestantes-aprovam-novos-protestos-para-sabado-em-lisboa-e-no-porto_e1773417

Lega, il congresso "fotocopia" trova uno sfidante: Garavaglia contro Salvini (ilfoglio.it)

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Il congresso straordinario della Lega, in corso a Milano il 24 e 25 ottobre, doveva essere una formalità: stessi delegati, stesso segretario dal 2013, nessun avversario. Invece Massimo Garavaglia, senatore lombardo ed ex ministro del Turismo, ha raccolto le 80 firme necessarie per candidarsi, tra cui quella del governatore Attilio Fontana. Circa cinquanta firme arrivano dalla Lombardia, una decina dal Veneto, altre da Piemonte e Trentino-Alto Adige. Garavaglia si presenta come voce del fronte nordista e moderato, vicino a Giorgetti, e chiede il voto a scrutinio segreto.

Salvini ostenta calma: più idee e più candidati sono un bene, dice, e nega l'esistenza di correnti nella Lega. Allo stesso tempo ricorda che deciderà il "libero voto dei 706 delegati". Un congresso convocato per dare spazio al dibattito, insomma, che il segretario sembra accettare più per necessità che per convinzione: secondo la stampa il suo entourage avrebbe prima reagito con ironia e poi cercato consensi contro la candidatura.

La contraddizione è doppia. Un partito di governo che per anni ha predicato il "popolo che decide" scopre il pluralismo interno solo quando un sostenitore del governatore della regione più importante gli porta via le firme. E la sfida arriva mentre il governo è sotto pressione per le piazze e per le tensioni nella maggioranza: a chi giova una Lega che si conta in pubblico, proprio ora? Il voto dei delegati dirà quanto sia solida la leadership, o quanto lo fosse solo in assenza di alternative.

https://www.ilfoglio.it/en/politics/2026/10/21/news/garavaglia-is-gathering-the-necessary-signatures-he-will-challenge-salvini-at-the-lega-congress--411214

Israele vota, l’inchiesta sul 7 ottobre diventa propaganda (apnews.com)

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Migliaia di israeliani si sono riuniti a Tel Aviv, tre giorni prima delle elezioni, per chiedere una commissione statale d’inchiesta sui fallimenti che precedettero l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. La manifestazione è stata organizzata dall’October Council, che riunisce sopravvissuti, ex ostaggi e familiari delle vittime; vi hanno partecipato anche diversi leader dell’opposizione.

Il Likud aveva chiesto al Comitato elettorale centrale di impedire alle principali televisioni di trasmettere il raduno, sostenendo che si trattasse di propaganda elettorale. È un dettaglio che vale più di molti comizi: alla vigilia del voto, perfino la richiesta di accertare responsabilità istituzionali viene trattata come un’arma di parte.

La piazza non sostituisce un’inchiesta e un’inchiesta non anticipa le colpe. Ma uno Stato che rinvia il controllo sul proprio fallimento più grave finché la domanda non diventa elettoralmente innocua non sta proteggendo le istituzioni: sta proteggendo chi le governa. La trasparenza non è propaganda; lo diventa il tentativo di silenziarla.

https://apnews.com/article/707ad41a79d384ff4715902ce3d60df5