Note di economia, politica e tecnologia

La Turchia “arresta” Netanyahu (solo sulla carta) (ansa.it)

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Il ministero della Giustizia turco ha chiesto a Interpol un mandato di cattura internazionale contro Benyamin Netanyahu, accusato di genocidio, crimini contro l'umanità e tortura per l'abbordaggio della Global Sumud Flotilla dello scorso maggio, quando la marina israeliana intercettò una cinquantina di imbarcazioni con circa 430 attivisti diretti a Gaza, li detenne nel carcere di Ktziot e poi li espulse.

Il dettaglio che il comunicato di Ankara lascia sullo sfondo: Interpol non dà seguito a notifiche politicamente motivate contro capi di governo in carica, e la “red notice” richiesta non equivale a un mandato d'arresto internazionale esecutivo. Netanyahu, va ricordato, un mandato vero ce l'ha già dal novembre 2024, emesso dalla Corte penale internazionale per gli stessi fatti di Gaza — e nessuno stato lo ha mai eseguito.

Erdogan, che tiene in carcere più giornalisti di quasi ogni altro paese al mondo e occupa militarmente metà di Cipro dal 1974, si candida a paladino del diritto internazionale. Netanyahu ricambia definendolo “un dittatore antisemita che protegge Hamas”. Tra i due litiganti, il diritto internazionale resta a guardare: quello vero, quello con giurisdizione, è già stato emesso da un anno e mezzo e non ha spostato nulla.

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/08/21/caso-flotilla-ankara-emette-un-mandato-di-arresto-internazionale-per-netanyahu_8cae0749-de04-449d-9e75-8e127d042568.html

Meloni al NYT: “Con Trump pensavo fosse più facile” (ansa.it)

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In un'intervista al New York Times, Giorgia Meloni ammette che con Donald Trump “le cose sono andate diversamente” da quanto sperato: “Pensavo sarebbe stato più facile con lui, viste le nostre posizioni convergenti su immigrazione e cultura woke”. Da settimane, racconta, i due non si sentono; a chi le chiede se e quando torneranno a parlarsi risponde con un laconico “Vedremo”.

È l'ammissione, quasi en passant, che la sintonia ideologica non si traduce automaticamente in un asse politico: due leader che condividono slogan su confini e “woke” restano comunque due paesi con interessi diversi, e dazi, Ucraina e Nato non aspettano le affinità elettive.

Resta la postura da tenere in equilibrio. Meloni rivendica di non decidere “la strategia italiana in base ai miei rapporti personali” e chiude con l'immagine della “rivoluzione dell'orgoglio”: “Non mi piace l'idea di un'Italia sottomessa”. Peccato che l'accusa di sudditanza verso Washington sia proprio quella che la sua maggioranza rivolgeva ai governi precedenti — salvo scoprire ora che, pure con l'alleato “ideologicamente affine”, il copione non cambia granché.

https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/08/21/meloni-al-nyt-credevo-con-trump-sarebbe-stato-piu-facile-date_e8a985f1-b1d3-467b-9d4f-44471c877b2d.html

Dublino torna in Italia, gli slogan restano a Bruxelles

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Diversi Paesi europei hanno annunciato l’intenzione di riprendere i trasferimenti verso l’Italia dei richiedenti asilo che, secondo le regole di Dublino, devono essere esaminati dal Paese di primo ingresso. Roma aveva sospeso di fatto le riammissioni alla fine del 2022, richiamando la pressione sul sistema di accoglienza; ora il conto politico e amministrativo torna sul tavolo.

Il governo denuncia un’Europa che pretende solidarietà a senso unico. L’obiezione ha un fondamento, ma non cancella la contraddizione: per anni Roma ha promesso di cambiare le regole, mentre il nuovo Patto europeo non ha fatto sparire la responsabilità del primo ingresso. La propaganda ha dichiarato chiuso un problema che i trattati e le cancellerie non avevano chiuso affatto.

Il risultato è il rituale abituale: gli altri governi invocano le norme quando convengono, quello italiano invoca la sovranità quando scopre di non averle cambiate. In mezzo restano persone, prefetture e comuni. I confini si difendono anche negoziando accordi efficaci; i post indignati, invece, non fermano né i trasferimenti né gli sbarchi.

De Pasquale lascia la toga, la giustizia resta al banco

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Fabio De Pasquale, pm milanese entrato in magistratura nel 1987 e protagonista di inchieste su Craxi, Berlusconi e sul caso Eni-Nigeria, ha lasciato la toga in anticipo. Le dimissioni risalgono al 9 luglio; ai conoscenti avrebbe spiegato di non riconoscersi più nella magistratura e di non vedere ragioni per continuare.

La tentazione è trasformare l’addio in un referendum sul singolo magistrato: eroe per alcuni, simbolo della giustizia politicizzata per altri. È il modo più comodo per evitare la questione vera. Dopo assoluzioni, procedimenti disciplinari e decenni di scontro permanente tra politica e toghe, un magistrato così esposto se ne va denunciando una frattura con l’istituzione.

Non prova che avesse sempre ragione; prova però che il sistema continua a consumare credibilità mentre ciascuna fazione assolve i propri e processa gli avversari in televisione. La giustizia italiana non ha bisogno dell’ennesimo santino o capro espiatorio: ha bisogno di regole credibili anche quando il nome sul fascicolo non piace.

Sui migranti il sovranismo scopre il regolamento di condominio europeo (ansa.it)

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Dopo Germania, Austria e Svizzera, anche Finlandia e Sweden hanno deciso di applicare le regole europee sui cosiddetti “dublinanti”, cioè richiedenti asilo arrivati inizialmente in Italia e successivamente spostatisi in altri Paesi. Stoccolma ha confermato di avere già effettuato trasferimenti verso l'Italia e di voler continuare; Helsinki li sta preparando.

Ed è difficile non cogliere l'ironia politica. Per anni il dibattito italiano sull'immigrazione ha insistito sul principio che ogni Stato debba difendere i propri confini e che l'Europa debba finalmente applicare le regole. Ora alcuni governi europei stanno facendo esattamente questo, soltanto che la regola porta i migranti verso l'Italia. Nel 2025 le richieste di trasferimento Dublino nell'UE sono state circa 111 mila, secondo i dati Eurostat riportati da ANSA: non significa che arriveranno tutte in Italia, ma chiarisce che il fenomeno non è semplicemente simbolico.

Francia e Spagna, paradossalmente, hanno scelto per ora una strada diversa: Madrid preferisce utilizzare i meccanismi europei di solidarietà, mentre Parigi punta sulla cooperazione con Roma anziché annunciare nuovi trasferimenti.

La lezione è piuttosto semplice: in Europa il principio «ognuno si occupi dei migranti che gli competono» suona benissimo finché il Paese competente è quello degli altri. Quando diventa il nostro, improvvisamente si riscopre il valore della solidarietà europea.

https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2026/08/20/nel-2025-i-dublinanti-in-europa-erano-111mila-36mila-solo-in-germania_7147ab91-d35e-4d2b-9fa9-a0f4fef37255.html

L'Italia dice a Israele di fermarsi. Il problema è cosa succede dopo averlo detto (esteri.it)

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Italia, Francia, Germania e Regno Unito hanno chiesto congiuntamente a Israele di fermare l'espansione degli insediamenti nella zona E1 della Cisgiordania, definendo i nuovi bandi «inaccettabili». Il punto non è soltanto simbolico: costruire in quell'area spezzerebbe la continuità territoriale palestinese tra nord e sud, rendendo ancora più difficile immaginare concretamente quella soluzione dei due Stati che le diplomazie europee continuano ufficialmente a sostenere.

La posizione italiana non nasce oggi: già nel 2025 il ministero degli Esteri aveva sottoscritto dichiarazioni internazionali che definivano il progetto E1 contrario al diritto internazionale e chiedevano a Israele di ritirarlo. Nel frattempo il progetto è andato avanti.

Ed è proprio questa la contraddizione. Roma può usare parole sempre più nette — «inaccettabile», «illegale», «distruttivo per i due Stati» — ma se a ogni nuova espansione segue essenzialmente una nuova dichiarazione, Israele può ragionevolmente calcolare che il costo politico concreto resterà limitato. Non è più una questione di trovare l'aggettivo diplomatico giusto. È decidere se quelle parole debbano produrre conseguenze.

https://www.esteri.it/it/sala_stampa/archivionotizie/comunicati/2025/08/dichiarazione-dei-ministri-degli-esteri-sui-piani-di-insediamento-e1/

Il Vaticano rimuove don Biancalani. Salvini festeggia, ma il punto politico è un altro

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La Santa Sede ha confermato la rimozione di don Massimo Biancalani dalle parrocchie di Vicofaro e Ramini, respingendo il ricorso del sacerdote. Il procedimento, però, non riguarda violazioni disciplinari della condotta sacerdotale: la motivazione indicata è quella dell'«opportunità pastorale».

Ed è qui che la notizia diventa interessante. Perché Matteo Salvini ha immediatamente trasformato una decisione interna alla Chiesa in una vittoria politica: «Il prete dei clandestini lascia Vicofaro. Il tempo è galantuomo». È una frase che racconta forse più della rimozione stessa. Un ministro della Repubblica che tratta la fine dell'incarico pastorale di un sacerdote come la conclusione vittoriosa di una battaglia contro un avversario politico.

Su Vicofaro ci sono stati problemi reali, proteste dei residenti, criticità igienico-sanitarie e una gestione dell'accoglienza fortemente contestata. Fingere che tutto questo non sia esistito sarebbe ideologico quanto festeggiare la rimozione. Ma Biancalani aveva trasformato una parrocchia in uno dei simboli italiani dell'accoglienza dei migranti. Ed è proprio per questo che la sua vicenda è stata progressivamente sottratta alla Chiesa e trasformata in un'altra trincea della politica sull'immigrazione.

Alla fine il Vaticano può decidere chi debba guidare una parrocchia. Più curioso è vedere un vicepremier aspettare il verdetto per poter finalmente esultare contro un prete.

Meloni ha finalmente trovato l'opposizione. Alla sua destra

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Per anni Giorgia Meloni ha costruito la propria fortuna politica spostando continuamente il confine un po' più a destra: più fermezza sull'immigrazione, più identità, meno concessioni sui diritti. Poi è arrivato Vannacci e ha fatto una cosa piuttosto semplice: ha continuato a spostarlo.

Ora Futuro Nazionale viene dato al 7% nel sondaggio citato da Le Monde, davanti a Lega e Forza Italia, e nella maggioranza sembra essere iniziata una curiosa gara a dimostrare chi sia il meno moderato. Vannacci parla di “remigrazione”, Piantedosi rivendica che sulle espulsioni il governo italiano sarebbe già “un modello”. Vannacci insiste sull'identità europea, Meloni rilancia sulle radici cristiane. Il problema non è tanto che Vannacci possa arrivare al governo: è che, almeno sul terreno culturale, sembra riuscire a spostare quello che c'è già.

È il piccolo paradosso di questa destra. Meloni per anni ha accusato gli altri di rincorrere le sue battaglie; adesso è lei a dover guardare continuamente alla propria destra per paura di perdere elettori.

Forse è questa la vendetta più ironica. Giorgia Meloni ha passato anni a spiegare che bisognava spostare il confine.

Qualcuno l'ha ascoltata.

E ha continuato a spostarlo.

Il mistero del libro di Ranucci che forse è un mistero soltanto per chi ha bisogno di un altro caso Ranucci (ilfoglio.it)

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Ormai attorno a Sigfrido Ranucci sembra essersi sviluppato un genere giornalistico autonomo. Non importa molto quale sia la notizia: basta che da qualche parte compaia il suo nome e immediatamente parte la ricerca della contraddizione, del retroscena, dell'amicizia sospetta, della frase pronunciata male o della virgola capace di diventare un caso nazionale.

Questa volta tocca al fantomatico libro con Maria Rosaria Boccia.

Qualche giorno fa Boccia racconta al Corriere che esiste un progetto editoriale concreto e già in stato avanzato. La notizia viene raccontata come quella di un libro scritto “a doppia firma” con Ranucci. Ranucci però smentisce di stare scrivendo un libro insieme a lei. Ed ecco servito il nuovo giallo dell'estate: uno dei due mente? Il libro esiste? Non esiste? Chi sta coprendo chi?

Solo che, andando oltre il titolo, la faccenda diventa molto meno eccitante.

Boccia oggi precisa una cosa piuttosto semplice: lei aveva confermato l'esistenza del progetto editoriale, non aveva dichiarato testualmente che quel libro sarebbe stato scritto a quattro mani con Sigfrido Ranucci. E infatti ribadisce che il progetto esiste, ma preferisce non spiegare quale sia esattamente il ruolo del giornalista.

Si può certamente trovare questa reticenza curiosa. Si possono fare domande. È esattamente quello che dovrebbe fare un giornale.

Quello che colpisce è però la sproporzione.

Perché da settimane intorno a Ranucci sembra essersi costruita una gigantesca macchina narrativa nella quale ogni rapporto personale diventa ambiguo, ogni conoscenza diventa compromettente e ogni dettaglio della sua vita professionale sembra meritare un'indagine nell'indagine. Persino l'esistenza, la firma o la collaborazione a un libro diventano materiale attraverso cui alimentare il sospetto.

E tutto questo accade mentre sul tavolo c'è qualcosa di leggermente più importante: il futuro di Report e del suo conduttore in Rai.

Ranucci in questi giorni ha parlato apertamente di un «attacco vergognoso» contro di lui e contro la trasmissione. Intanto la Rai sta valutando la sua posizione e sui giornali sono circolate persino ipotesi sulla sua sostituzione alla conduzione.

È questo il contesto che rende il “giallo del libro” molto meno divertente di quanto sembri.

Ranucci non è infallibile e Report non è un testo sacro. Se un giornalista commette errori, quegli errori vanno contestati nel merito. Se esistono comportamenti professionalmente scorretti, vanno dimostrati. Se un'inchiesta contiene falsità, si prendano quelle falsità e le si smontino una per una.

È il mestiere del giornalismo.

Ma quando invece si accumulano amicizie, telefonate, incontri, indiscrezioni, stipendi, libri veri, libri presunti e rapporti personali fino a costruire intorno a un giornalista una permanente atmosfera di sospetto, allora viene spontaneo chiedersi se l'obiettivo sia ancora verificare il suo lavoro oppure rendere progressivamente impresentabile chi quel lavoro lo fa.

E forse la domanda interessante non è neppure se Boccia e Ranucci scriveranno insieme un libro.

La domanda è un'altra.

Perché improvvisamente sembra diventato così importante trovare qualcosa, qualsiasi cosa, da raccontare su Sigfrido Ranucci?

Perché se per mettere in discussione anni di inchieste di Report siamo arrivati al grande mistero estivo della firma sulla copertina di un libro, forse il problema non è Ranucci.

Forse è che qualcuno sta raschiando il fondo del barile.

https://www.ilfoglio.it/politica/2026/08/20/news/in-rai-un-direttore-e-per-sempre-ecco-perche-trovare-una-collocazione-a-ranucci-e-unimpresa--405201

Se tua madre è russa, adesso devi chiedere scusa per Putin

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A Castiglioncello una ragazza di diciotto anni, italiana con madre russa, racconta di essere stata insultata per le sue origini e poi colpita con un pugno in faccia durante una festa. La vicenda dovrà naturalmente essere ricostruita fino in fondo, ma c'è un particolare del suo racconto che merita attenzione: tutto sarebbe cominciato quando alcuni ragazzi hanno scoperto che sua madre è russa.

Ora, io pensavo di aver capito più o meno come funzionasse questa storia. Putin invade l'Ucraina, quindi Putin è l'aggressore. Il governo russo porta avanti una guerra criminale, quindi combattiamo politicamente quel governo e sosteniamo il diritto degli ucraini a difendersi.

Semplice.

Evidentemente ero rimasto indietro.

Perché a quanto pare siamo arrivati al punto in cui essere russi, avere una madre russa o semplicemente parlare russo può diventare una colpa da espiare personalmente. Come se una ragazza di diciotto anni in vacanza in Toscana dovesse presentare, insieme alla carta d'identità, una dichiarazione firmata sulla propria posizione rispetto all'invasione dell'Ucraina.

È una logica interessante, soprattutto quando arriva da quella parte del mondo politico e culturale che da anni prova a spiegare — giustamente — che non si attribuiscono agli individui le responsabilità dei governi, delle religioni, delle etnie o dei Paesi da cui provengono.

Un musulmano non è responsabile dell'ISIS. Un palestinese non è responsabile di Hamas. Un israeliano non è responsabile personalmente delle decisioni di Netanyahu.

Ma una ragazza con la mamma russa, evidentemente, deve rispondere di Putin.

Forse alla frontiera dovremmo introdurre un modulo. “Condanni l'invasione dell'Ucraina? Sì, no, abbastanza, moltissimo”. Sotto una casella per dichiarare eventuali parenti russi fino al terzo grado. In caso di risposta insufficiente, niente discoteca.

Naturalmente sto esasperando, ma è proprio questo il punto. Perché la xenofobia funziona sempre allo stesso modo: prende milioni di persone diverse e le trasforma in una categoria. Poi prende quella categoria e le attribuisce una colpa collettiva. Cambiano soltanto le categorie che, di volta in volta, consideriamo socialmente accettabile disprezzare.

Ed è qui che la faccenda diventa politicamente interessante. Per anni abbiamo giustamente preso in giro quelli che dopo un attentato chiedevano al vicino musulmano di “prendere le distanze”. Come se Mohammed del terzo piano dovesse convocare una conferenza stampa ogni volta che un fanatico commetteva un attentato a tremila chilometri da casa sua.

Non possiamo adesso inventarci la stessa idiozia con i russi.

Si può stare senza esitazioni dalla parte dell'Ucraina, considerare Putin responsabile dell'invasione e contemporaneamente ricordarsi che una ragazza di diciotto anni con madre russa non ha invaso proprio nessuno.

Dovrebbe essere una banalità.

E invece siamo arrivati al punto di doverlo scrivere.

Perché quando per combattere il nazionalismo di Putin cominci a giudicare le persone in base alla loro nazionalità, forse sarebbe il caso di controllare la bussola.

Potresti scoprire che, mentre combattevi il nemico, hai iniziato a ragionare esattamente come lui.