Note di economia, politica e tecnologia

La situazione internazionale

Esteri

Brexit entra nella fase del “forse” (marketscreener.com)

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Il premier britannico Andy Burnham ha detto che tutte le opzioni per il futuro rapporto con l’Unione europea devono essere valutate: restare nell’assetto attuale, entrare in un’unione doganale, tornare nel mercato unico o «andare fino in fondo» con la riadesione. Ha aggiunto che servirà il consenso dell’opinione pubblica e che il vertice Regno Unito-UE di novembre dovrà iniziare a chiarire la rotta.

Non è una domanda di adesione e nemmeno una promessa elettorale. È però la fine di un tabù: un primo ministro britannico ammette apertamente che Brexit ha prodotto «più danni che benefici» e rimette sul tavolo ciò che la politica di Westminster aveva dichiarato impronunciabile.

Dieci anni dopo il referendum, lo slogan del controllo ripreso lascia spazio alla contabilità delle conseguenze. Londra non è ancora sulla via del ritorno; ha almeno smesso di fingere che discutere la destinazione significhi tradire il viaggio.

https://www.marketscreener.com/news/burnham-says-britain-should-weigh-eu-options-including-rejoining-bloc-ce785ad2da8aff22

La prima premier, sotto un re che decide (maroc.ma)

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Fatima Ezzahra El Mansouri è stata incaricata da Mohammed VI di formare il nuovo governo del Marocco. È la prima donna a guidare l’esecutivo del Paese e la seconda nel mondo arabo, dopo la tunisina Najla Bouden. Il suo partito, il PAM, è arrivato primo alle legislative, senza però ottenere la maggioranza: servirà una coalizione.

La nomina rompe un soffitto reale, ma non trasforma da sola l’architettura del potere. Il re sceglie il capo del governo nel partito vincitore e la monarchia conserva un’autorità decisiva sulle questioni strategiche, comprese difesa e politica estera. A ricordare la distanza tra istituzioni ed elettori c’è anche l’affluenza: appena il 38%, la più bassa dal 2007.

Il Marocco può celebrare una svolta storica senza confonderla con una democratizzazione compiuta. La rappresentanza conta; conta però anche dove risiede il potere quando finiscono le fotografie ufficiali e cominciano le decisioni.

https://maroc.ma/ar/%D8%A7%D9%84%D8%A3%D8%AE%D8%A8%D8%A7%D8%B1/%D8%AC%D9%84%D8%A7%D9%84%D8%A9-%D8%A7%D9%84%D9%85%D9%84%D9%83-%D9%8A%D8%B9%D9%8A%D9%86-%D8%A7%D9%84%D8%B3%D9%8A%D8%AF%D8%A9-%D9%81%D8%A7%D8%B7%D9%85%D8%A9-%D8%A7%D9%84%D8%B2%D9%87%D8%B1%D8%A7%D8%A1-%D8%A7%D9%84%D9%85%D9%86%D8%B5%D9%88%D8%B1%D9%8A-%D8%B1%D8%A6%D9%8A%D8%B3%D8%A9-%D9%84%D9%84%D8%AD%D9%83%D9%88%D9%85%D8%A9-%D9%88%D9%8A%D9%83%D9%84%D9%81%D9%87%D8%A7-%D8%AC%D9%84%D8%A7%D9%84%D8%AA%D9%87-%D8%A8%D8%AA%D8%B4%D9%83%D9%8A%D9%84

Netanyahu querela mezza stampa israeliana: il tribunale al posto della smentita (jpost.com)

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Il 29 settembre Benjamin Netanyahu ha depositato querele per diffamazione contro Haaretz, Yedioth Aharonoth, Ynet, Canale 12 e sei giornalisti, tra cui Barak Ravid, chiedendo 2,6 milioni di shekel. Al centro le ricostruzioni secondo cui, prima del 7 ottobre 2023, sarebbe stato avvertito dal presidente emiratino bin Zayed e dal capo dell'intelligence egiziana Abbas Kamel. Il premier nega: dagli archivi del suo ufficio non risulta alcun contatto diretto con bin Zayed tra il 1° settembre e il 7 ottobre.

La smentita ha però un punto debole: un funzionario emiratino ha negato un avvertimento personale del presidente, ma una prima risposta non escludeva in modo categorico che una comunicazione ci fosse stata. Un registro assente non è una prova negativa, e chi governa da anni sa bene quanto contino i canali non ufficiali. Il Likud parla di 'menzogna totale' orchestrata da avversari politici e ostili stranieri in vista del voto: un'accusa che, per ora, resta un'affermazione politica.

La querela contro sei giornalisti in blocco ha un sapore intimidatorio, e la stampa che la subisce non è esente da critiche: le fonti anonime vanno pesate, non solo pubblicate. Ma trascinare in tribunale i cronisti a poche settimane dalle elezioni, sul tema più scomodo per il premier, è un modo discutibile di chiudere il dibattito. Se le carte reggono, le aule sono il luogo giusto per dimostrarlo, con documenti e non con comunicati.

https://www.jpost.com/israel-news/crime-in-israel/article-910114

L’ONU cerca la prima donna dietro porte chiuse (internazionale.it)

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Rebeca Grynspan, ex vicepresidente del Costa Rica e già alla guida dell’UNCTAD, è in testa nell’ultimo sondaggio informale del Consiglio di sicurezza per scegliere il prossimo segretario generale dell’ONU. Ha raccolto dieci incoraggiamenti, tre contrari e due “nessuna opinione”; subito dietro c’è un’altra donna, la diplomatica guyanese Carolyn Rodrigues-Birkett.

Dopo ottant’anni, le Nazioni Unite potrebbero finalmente affidarsi a una donna. Ma il passaggio che dovrebbe segnare una svolta avviene ancora dentro un meccanismo opaco: i voti sono segreti e non si sa se uno dei no venga da Stati Uniti, Cina, Russia, Francia o Regno Unito. Basta il veto di una potenza per cancellare la favorita senza spiegazioni pubbliche.

La contraddizione è perfetta: l’organizzazione che predica rappresentanza e trasparenza sceglie il proprio vertice attraverso trattative riservate tra pochi Stati. Il genere della vincitrice sarebbe storico; il metodo, molto meno.

https://www.internazionale.it/ultime-notizie-reuters/2026/09/30/costa-rica-s-grynspan-narrowly-ahead-in-race-to-be-next-un-chief-sources-say

Mosca mette a bilancio una guerra senza fine (ca.marketscreener.com)

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La Russia prevede di spendere 17.100 miliardi di rubli per la difesa nel 2027: il 27% in più rispetto alla cifra programmata in precedenza e il livello più alto dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Nel triennio il conto militare arriverebbe a 50.000 miliardi, mentre la stima del deficit 2026 è stata raddoppiata dall’1,6 al 3,2% del PIL.

Un bilancio non è propaganda: è la gerarchia concreta delle priorità. Mosca può chiamare il conflitto “operazione speciale”, ma prepara conti pubblici da guerra lunga, finanziati con nuove tasse, più debito e minori margini per l’economia civile. La pace resta nei discorsi; negli stanziamenti non compare.

Il punto non è soltanto quanto costa combattere. È quanto futuro viene impegnato per rendere la guerra sostenibile anche domani. Quando la spesa militare diventa la voce intoccabile, ogni altra politica pubblica finisce per negoziare con ciò che resta.

https://ca.marketscreener.com/news/russia-raises-2027-military-spending-by-27-budget-documents-show-ce785adcd18bf02d

La casa entra al governo dalla piazza (elpais.com)

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Il governo spagnolo ha approvato due decreti sulla casa: protezione dagli sfratti per le persone vulnerabili fino al 2030, regole per affitti stagionali e stanze, limiti agli acquisti dei fondi e una proroga di due anni per molti contratti in scadenza. Non è ancora il punto finale: i testi dovranno essere convalidati dal Congresso, dove i voti restano incerti.

Il fatto politico è arrivato prima della norma. Lo sfratto di una donna di 87 anni e le tende montate alla Puerta del Sol hanno costretto l’esecutivo ad accelerare una trattativa rinviata per mesi. La piazza ha funzionato; le istituzioni, invece, hanno riconosciuto l’emergenza solo quando ha prodotto un simbolo impossibile da ignorare.

Ora contano il voto e l’attuazione. Se i decreti cadranno in Parlamento, la mobilitazione sarà stata usata come scenografia; se reggeranno, resterà comunque una domanda scomoda: perché per trasformare la casa da merce a diritto serve sempre prima uno scandalo?

https://elpais.com/espana/2026-09-29/el-gobierno-aprueba-la-proteccion-frente-a-los-desahucios-hasta-2030-y-la-prorroga-de-los-contratos-de-alquiler-hasta-2028.html

Svezia, Andersson getta la spugna: la vittoria di misura non basta a governare (agi.it)

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Magdalena Andersson, leader dei Socialdemocratici, ha rinunciato a formare il governo dopo le elezioni: "al momento non ho alcuna possibilità", ha detto. Il blocco di centrosinistra ha 176 seggi contro i 173 della destra, un margine di tre deputati che sulla carta è una vittoria ma nei fatti non produce una maggioranza di governo.

Il paradosso è tipicamente svedese: il blocco rosso-verde non è una coalizione, ma un insieme di partiti interdipendenti che si sopportano più che allearsi. Senza un accordo stabile con tutti (dalla Sinistra al Centro), i numeri non bastano. Ora la parola passa al presidente del Riksdag, Andreas Norlén, e la strada porta con ogni probabilità al premier uscente Ulf Kristersson.

Ma anche per la destra i conti non tornano: il suo blocco, Democratici Svedesi compresi, non ha una maggioranza sulla carta. Se anche questo tentativo fallisce, lo scenario è il ritorno alle urne. È il quadro di un sistema che sembrava il più ordinato d'Europa e oggi mostra la stessa frammentazione degli altri.

https://www.agi.it/estero/news/2026-09-28/svezia-governo-39281902/

La propaganda di Trump la pagano i contribuenti (apnews.com)

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La Casa Bianca ha finanziato con denaro pubblico tre spot televisivi che celebrano Donald Trump, per una spesa vicina a 1,5 milioni di dollari. L’ultimo riprende quasi integralmente un video della campagna presidenziale del 2024, eliminando il marchio elettorale e aggiungendo la scritta: “Pagato dal governo degli Stati Uniti”.

L’amministrazione li definisce annunci di servizio pubblico. Ma lo spot rivendica risultati politici, attacca nemici ideologici e torna in onda a poche settimane dalle elezioni di metà mandato. Le contestazioni non arrivano soltanto dai democratici e dalle associazioni civiche: anche il leader repubblicano del Senato John Thune ha detto che non dovrebbe essere finanziato dai contribuenti.

Il passaggio è semplice e pericoloso: la comunicazione istituzionale smette di informare e comincia a fare campagna per chi controlla l’istituzione. Quando il governo compra il culto del proprio capo con i soldi dei cittadini, chiamarlo “servizio pubblico” è già parte della propaganda.

https://apnews.com/article/26ae03010d78221d1d93b06c0818d06d

Due prigionieri, un segreto e una crepa tra alleati (president.gov.ua)

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Volodymyr Zelensky ha annunciato all’Onu che l’Ucraina ha trasferito in Corea del Sud due soldati nordcoreani catturati. Seul sostiene che la divulgazione abbia violato un accordo di riservatezza pensato per proteggere i militari e le loro famiglie; una fonte della presidenza ucraina ha invece negato che quell’accordo esistesse.

Il trasferimento è confermato. L’intesa segreta, no: su questo le versioni dei due governi sono opposte. Ed è proprio la disputa a mostrare quanto i prigionieri siano diventati anche materiale diplomatico, stretto fra propaganda di guerra, sicurezza personale e rapporti tra alleati.

Zelensky voleva dimostrare all’Onu che Mosca internazionalizza il conflitto arruolando nordcoreani. Seul voleva evitare che quella prova diventasse pubblica. Quando la comunicazione politica entra in collisione con la protezione delle persone, il segreto smette di essere un dettaglio e diventa parte della guerra.

https://www.president.gov.ua/en/news/zvernennya-prezidenta-na-zagalnih-debatah-generalnoyi-asambl-106573

Iran, Trump respinge la tregua: i raid aspettano solo il voto di midterm (ansa.it)

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L'Iran ha proposto una tregua di sette giorni per riaprire lo Stretto di Hormuz e avviare negoziati sul nucleare, in cambio della rimozione del blocco navale statunitense, dello sblocco degli asset congelati e della fine delle sanzioni petrolifere. Donald Trump ha respinto la proposta: "Hanno presentato un piano, l'ho rifiutato", ha dichiarato, convinto che la pressione economica della campagna "Operation Economic Outcast" costringerà Teheran a cedere senza contropartite.

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal e confermato da agenzie e testate italiane, Trump starebbe valutando la ripresa dei bombardamenti sull'Iran non subito, ma dopo le elezioni di midterm di novembre, quando avrebbe "le mani più libere" e l'iniziativa militare non peserebbe sulle urne. Nel frattempo la Casa Bianca continua a chiedere pubblicamente la riapertura di Hormuz, snodo cruciale per i prezzi del petrolio globale, riservandosi però la stessa mano dura che dice di voler evitare.

Il calendario elettorale come variabile di una decisione bellica non è un dettaglio da poco: significa che la data dei prossimi raid non dipende solo da Teheran, ma anche dal calcolo elettorale di Washington. Un promemoria di quanto la retorica sulla sicurezza internazionale finisca spesso per intrecciarsi con quella, più prosaica, del consenso interno.

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/09/26/trump-dice-no-al-piano-iraniano-e-pensa-a-nuovi-raid-dopo-le-midterm_4c47d3f5-794e-47cd-bd5b-d91596797e92.html