Oggi partiamo da un articolo del bravo Paolo Benanti, uscito sul Wall Street Journal, per innescare una riflessione su ciò che sta accadendo nel trattamento delle verità al tempo moderno, quello in cui un chatbot può fornirti domande a risposte e il cui utilizzo è sempre più quotidiano e involontario da parte di chiunque. Quali tesi hanno più peso nella nostra fiducia? In cosa crediamo oggi?
In realtà Benanti usa l’Intelligenza Artificiale solo come punto di partenza per una riflessione molto più ampia: come gli esseri umani decidono cosa è vero.
La sua tesi è che la ricerca della verità non è mai stata una questione puramente individuale. Nessun essere umano può verificare personalmente tutto ciò che sa. Non abbiamo visto gli atomi, non abbiamo assistito alla maggior parte degli eventi storici che conosciamo, non possiamo ripetere ogni esperimento scientifico. La nostra conoscenza si basa inevitabilmente sulla fiducia.
Secondo Benanti, la domanda fondamentale della storia umana non è mai stata “credere o non credere”, ma piuttosto:
Cosa merita di essere creduto?
Per secoli la civiltà occidentale ha costruito strutture per rispondere a questa domanda. La biblioteca diventa la metafora centrale del suo ragionamento. Nella biblioteca il sapere non arriva già confezionato: bisogna cercarlo, confrontare le fonti, verificare chi ha prodotto una certa affermazione e capire quali prove la sostengono. La verità emerge da un processo di confronto e verifica.
Con l’avvento dell’AI generativa, sostiene Benanti, stiamo assistendo a un cambiamento radicale. Non interroghiamo più una biblioteca, ma un oracolo.
Quando poniamo una domanda a un chatbot, riceviamo una risposta immediata, fluida, autorevole. Il problema non è tanto che possa sbagliare. Il problema è che il processo che ha generato quella risposta è spesso invisibile all’utente. Le fonti non sono immediatamente evidenti, il ragionamento interno non è verificabile, e la risposta arriva già sintetizzata e confezionata.
In altre parole, stiamo passando da una cultura della ricerca a una cultura della ricezione.
Storicamente, secondo l’autore, l’umanità ha già affrontato problemi simili. Per questo richiama il ruolo della teologia e della Chiesa. Contrariamente all’immagine comune che vede la religione come antagonista della ragione, Benanti sostiene che una parte importante della tradizione teologica occidentale sia stata proprio la costruzione di metodi per valutare l’affidabilità delle affermazioni.
La teologia medievale e i grandi concili non si limitavano a stabilire cosa fosse vero. Cercavano di definire i criteri attraverso cui una verità poteva essere considerata credibile. In questo senso, il Concilio di Nicea viene presentato quasi come un gigantesco esercizio di “fact checking” del IV secolo: non una semplice votazione, ma una discussione su quali fonti, testimonianze e tradizioni meritassero fiducia.
Qui emerge il concetto centrale dell’articolo: la ricerca della verità non consiste soltanto nel trovare risposte, ma nel costruire criteri di credibilità.
Per Benanti, la vera sfida dell’era dell’AI non è stabilire se una macchina sia intelligente o meno. La vera sfida è capire:
- perché una risposta dovrebbe essere considerata attendibile;
- chi controlla i sistemi che producono quella risposta;
- quali informazioni vengono privilegiate o escluse;
- quali interessi economici o politici influenzano il processo.
L’autore osserva che per molto tempo si è pensato che il progresso scientifico avrebbe reso la religione irrilevante. Oggi accade qualcosa di paradossale: proprio l’Intelligenza Artificiale ci costringe a tornare a domande che per secoli sono state affrontate dalla filosofia e dalla teologia.
Come distinguere l’autorità autentica dalla semplice persuasione?
Come capire se una fonte merita fiducia?
Come evitare di credere a qualcosa solo perché viene esposto con sicurezza e competenza apparente?
In conclusione, Benanti descrive una vera e propria evoluzione storica della ricerca della verità:
- L’epoca della tradizione, in cui la verità veniva trasmessa attraverso autorità religiose, culturali e sociali.
- L’epoca della biblioteca e della scienza moderna, in cui la verità veniva cercata attraverso confronto, verifica e trasparenza delle fonti.
- L’epoca dell’oracolo algoritmico, in cui le risposte arrivano immediatamente ma il processo che le genera diventa opaco.
La sua preoccupazione non è che l’AI sostituisca Dio o la religione. È che l’umanità dimentichi come si costruisce la fiducia nella conoscenza.
Per questo l’ultima domanda dell’articolo è anche la più importante:
In un mondo pieno di risposte immediate, siamo ancora capaci di chiederci perché dovremmo credere a ciò che ci viene detto?
Ed è proprio questa, secondo Benanti, la nuova frontiera della ricerca della verità nel XXI secolo.

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