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Invasati di Futuro Nazionale, nazisti e antisemiti nella chat

Tranquilli: erano gli infiltrati.

Repubblica pubblica alcuni messaggi provenienti da una chat interna legata a Futuro Nazionale, il movimento del generale Roberto Vannacci.

Dentro, secondo quanto riportato dal giornale, ci sarebbe un po’ di tutto.

Insulti agli ebrei.
Gente che invoca lo sterminio degli arabi.
Nostalgici del Terzo Reich.
Elogi a Hitler.
Discorsi sulle “azioni di forza”.

E poi gli immancabili messaggi di fedeltà:

“Agli ordini del generale”.

Una roba talmente sopra le righe che verrebbe spontaneo pensare a una caricatura della sinistra sui vannacciani.

E infatti arriva la spiegazione.

Erano infiltrati.

Perfetto.

Prendiamola per buona.

Quindi qualcuno sarebbe riuscito a entrare in una chat frequentata da centinaia di persone dell’ambiente di Futuro Nazionale, mettersi a inneggiare a Hitler, insultare gli ebrei e parlare di stermini senza che apparentemente scattasse immediatamente un:

“Scusate, ma chi è questo nazista?”

Anzi.

Bisogna aspettare Repubblica per scoprire che nella chat ci sono gli infiltrati.

Curioso.

Perché se entro nella chat del circolo bocciofilo e comincio a spiegare che bisogna restaurare il Terzo Reich, probabilmente non riesco neanche a finire il messaggio prima che qualcuno mi accompagni virtualmente alla porta.

Qui invece sarebbero tutti agenti provocatori.

A questo punto la domanda diventa interessante.

Quanti infiltrati servono perché un infiltrato smetta di essere un infiltrato e diventi semplicemente parte del gruppo?

Perché delle due l’una.

O quei messaggi rappresentano davvero persone che gravitano attorno a Futuro Nazionale.

Oppure Futuro Nazionale ha un problema di controllo interno talmente grande che centinaia di militanti e dirigenti possono ritrovarsi in mezzo a provocatori neonazisti senza accorgersene.

Non so quale delle due versioni sia più rassicurante.

Forse c’è anche una terza possibilità.

Gli infiltrati erano così bravi che si erano infiltrati pure tra gli infiltrati.

Attendiamo che il generale faccia l’appello.

Dalla Bestia a X: la nuova macchina di Salvini parla muskiano


Se davvero Matteo Salvini guarda al 2027 affidandosi ad Andrea Stroppa, il segnale politico è già più importante della manovra organizzativa: la Lega non sta cercando un radicamento nuovo, sta cercando una scorciatoia nuova. Il titolo di Domani parla esplicitamente di una “Lega formato Elon Musk” e segnala che Salvini sarebbe convinto del peso dell’intelligenza artificiale nella prossima campagna elettorale.

La scelta di Stroppa, infatti, non è neutra. Più fonti lo descrivono come il referente italiano di Elon Musk, un collegamento con interlocutori politici e istituzionali in Italia pur senza ruoli ufficiali nelle aziende del magnate, e ricordano anche il suo profilo pubblico di fedeltà al mondo Musk, da X a xAI fino a SpaceX. Per questo il punto non è soltanto la comunicazione: è il modello di potere che quella comunicazione porta con sé.

La “nuova Bestia” di Salvini, allora, non sembra semplicemente un aggiornamento tecnico della vecchia propaganda social. Sembra piuttosto il tentativo di innestare sulla tradizionale macchina leghista l’ecosistema muskiano fatto di piattaforma proprietaria, personalizzazione estrema della leadership e cortocircuito costante tra politica, influenza privata e guerra culturale. Invece di fare i conti con il logoramento del suo messaggio, Salvini sembra cercare una legittimazione esterna, quasi un supplemento di forza preso in prestito dall’immaginario globale della destra techno-libertaria.

Non è neppure la prima volta che Stroppa entra direttamente nel perimetro politico del leader leghista. A febbraio 2025, secondo Domani, è intervenuto contro il ministro dell’Interno Piantedosi reclamando di fatto il ritorno di Salvini al Viminale, mentre il Corriere ha raccontato un suo sondaggio su X in cui circa due terzi dei 1.129 rispondenti giudicavano negativamente l’operato del ministro. A marzo dello stesso anno, dopo il colloquio tra Salvini e J.D. Vance, Stroppa ha scritto che l’amministrazione americana “apprezza Salvini” e che il leader della Lega sarà protagonista nei rapporti tra Italia e Stati Uniti.

Anche sul piano simbolico l’asse è stato coltivato con cura. Al congresso della Lega del 2025 Elon Musk figurava tra gli ospiti previsti e, secondo una ricostruzione giornalistica, il tramite tra lui e Salvini era stato proprio Stroppa. Nello stesso periodo il vicesegretario Andrea Crippa rivendicava pubblicamente i “buoni rapporti” della Lega con Musk e Trump, confermando che non si tratta di un episodio isolato ma di una linea politica ormai riconoscibile.

Ed è qui che la faccenda smette di essere folclore digitale e diventa questione politica. Un partito che per anni ha raccontato di incarnare il territorio, il popolo concreto e il buonsenso contro le élite oggi sembra affidarsi a un mediatore dell’uomo più ricco del mondo e a una grammatica politica costruita dentro una piattaforma privata. È una parabola rivelatrice: dalla destra “anti-sistema” alla destra che sogna di vincere grazie al sistema di qualcun altro.

La contraddizione è tutta qui. La Lega che un tempo rivendicava autonomia e identità ora sembra inseguire il riflesso condizionato dell’algoritmo, l’autorità del miliardario globale e la promessa che bastino IA, viralità e connessioni transatlantiche per sostituire idee, classe dirigente e rapporto sociale. Se questa è la nuova Bestia, non è più soltanto una macchina di propaganda: è il segno di una destra che ha smesso di parlare al paese e ha cominciato a parlare soprattutto alla propria bolla di potere.

 

Dalla biblioteca all’oracolo: come l’AI sta cambiando la ricerca della verità


Oggi partiamo da un articolo del bravo Paolo Benanti, uscito sul Wall Street Journal, per innescare una riflessione su ciò che sta accadendo nel trattamento delle verità al tempo moderno, quello in cui un chatbot può fornirti domande a risposte e il cui utilizzo è sempre più quotidiano e involontario da parte di chiunque. Quali tesi hanno più peso nella nostra fiducia? In cosa crediamo oggi?

In realtà Benanti usa l’Intelligenza Artificiale solo come punto di partenza per una riflessione molto più ampia: come gli esseri umani decidono cosa è vero.

La sua tesi è che la ricerca della verità non è mai stata una questione puramente individuale. Nessun essere umano può verificare personalmente tutto ciò che sa. Non abbiamo visto gli atomi, non abbiamo assistito alla maggior parte degli eventi storici che conosciamo, non possiamo ripetere ogni esperimento scientifico. La nostra conoscenza si basa inevitabilmente sulla fiducia.

Secondo Benanti, la domanda fondamentale della storia umana non è mai stata “credere o non credere”, ma piuttosto:

Cosa merita di essere creduto?

Per secoli la civiltà occidentale ha costruito strutture per rispondere a questa domanda. La biblioteca diventa la metafora centrale del suo ragionamento. Nella biblioteca il sapere non arriva già confezionato: bisogna cercarlo, confrontare le fonti, verificare chi ha prodotto una certa affermazione e capire quali prove la sostengono. La verità emerge da un processo di confronto e verifica.

Con l’avvento dell’AI generativa, sostiene Benanti, stiamo assistendo a un cambiamento radicale. Non interroghiamo più una biblioteca, ma un oracolo.

Quando poniamo una domanda a un chatbot, riceviamo una risposta immediata, fluida, autorevole. Il problema non è tanto che possa sbagliare. Il problema è che il processo che ha generato quella risposta è spesso invisibile all’utente. Le fonti non sono immediatamente evidenti, il ragionamento interno non è verificabile, e la risposta arriva già sintetizzata e confezionata.

In altre parole, stiamo passando da una cultura della ricerca a una cultura della ricezione.

Storicamente, secondo l’autore, l’umanità ha già affrontato problemi simili. Per questo richiama il ruolo della teologia e della Chiesa. Contrariamente all’immagine comune che vede la religione come antagonista della ragione, Benanti sostiene che una parte importante della tradizione teologica occidentale sia stata proprio la costruzione di metodi per valutare l’affidabilità delle affermazioni.

La teologia medievale e i grandi concili non si limitavano a stabilire cosa fosse vero. Cercavano di definire i criteri attraverso cui una verità poteva essere considerata credibile. In questo senso, il Concilio di Nicea viene presentato quasi come un gigantesco esercizio di “fact checking” del IV secolo: non una semplice votazione, ma una discussione su quali fonti, testimonianze e tradizioni meritassero fiducia.

Qui emerge il concetto centrale dell’articolo: la ricerca della verità non consiste soltanto nel trovare risposte, ma nel costruire criteri di credibilità.

Per Benanti, la vera sfida dell’era dell’AI non è stabilire se una macchina sia intelligente o meno. La vera sfida è capire:

  • perché una risposta dovrebbe essere considerata attendibile;
  • chi controlla i sistemi che producono quella risposta;
  • quali informazioni vengono privilegiate o escluse;
  • quali interessi economici o politici influenzano il processo.

L’autore osserva che per molto tempo si è pensato che il progresso scientifico avrebbe reso la religione irrilevante. Oggi accade qualcosa di paradossale: proprio l’Intelligenza Artificiale ci costringe a tornare a domande che per secoli sono state affrontate dalla filosofia e dalla teologia.

Come distinguere l’autorità autentica dalla semplice persuasione?

Come capire se una fonte merita fiducia?

Come evitare di credere a qualcosa solo perché viene esposto con sicurezza e competenza apparente?

In conclusione, Benanti descrive una vera e propria evoluzione storica della ricerca della verità:

  1. L’epoca della tradizione, in cui la verità veniva trasmessa attraverso autorità religiose, culturali e sociali.
  2. L’epoca della biblioteca e della scienza moderna, in cui la verità veniva cercata attraverso confronto, verifica e trasparenza delle fonti.
  3. L’epoca dell’oracolo algoritmico, in cui le risposte arrivano immediatamente ma il processo che le genera diventa opaco.

La sua preoccupazione non è che l’AI sostituisca Dio o la religione. È che l’umanità dimentichi come si costruisce la fiducia nella conoscenza.

Per questo l’ultima domanda dell’articolo è anche la più importante:

In un mondo pieno di risposte immediate, siamo ancora capaci di chiederci perché dovremmo credere a ciò che ci viene detto?

Ed è proprio questa, secondo Benanti, la nuova frontiera della ricerca della verità nel XXI secolo.


L’UE e le “conversion therapy”: tra tutela dei diritti e retorica propagandistica

La notizia di per sé è sostanzialmente vera: la Commissione europea ha annunciato che chiederà agli Stati membri di vietare le pratiche di “conversione” rivolte alle persone LGBTQ+, ma lo farà con una raccomandazione non vincolante, non con un divieto immediatamente imposto a tutti i Paesi dell’Unione. L’affermazione secondo cui “Bruxelles intende estendere questa pratica” è dunque capovolta: non si tratta di estendere nulla, ma di tentare di restringere o eliminare pratiche già giudicate dannose da istituzioni europee e da numerose organizzazioni per i diritti umani.

Cosa ha deciso davvero Bruxelles

Il punto centrale è questo: la Commissione ha risposto a un’iniziativa dei cittadini europei e ha scelto di preparare una raccomandazione agli Stati membri, prevista per il 2027, per spingerli a vietare le pratiche di conversione. La Commissione ha anche detto di voler accompagnare il tutto con campagne di sensibilizzazione, sostegno alle vittime e rafforzamento dell’assistenza medica e psicologica. Quindi il testo virale suggerisce un’imposizione centralizzata che, nei fatti, non c’è ancora.

Quanti Paesi hanno già vietato la pratica

Anche qui il post mescola dati veri e dati vecchi. Le fonti aggiornate indicano che non sono dieci gli Stati membri con un divieto pieno o parziale in modo stabile e uniforme, ma che il quadro è in evoluzione e comprende almeno otto Paesi con divieti nazionali citati dalle fonti recenti, mentre altre ricostruzioni riportano dieci includendo forme parziali o aggiornamenti più ampi. Malta resta il primo Paese dell’UE ad aver vietato queste pratiche, nel 2016, e Francia e altri Stati sono seguiti negli anni successivi.

La parte propagandistica

La frase finale del post virale — “ci sono solo due generi, come le lettere dell’abbreviazione EU” — è uno slogan polemico, non un fatto. “EU” significa semplicemente “European Union”, cioè Unione europea; non ha alcun rapporto logico con il numero dei generi riconosciuti, che varia a seconda degli ordinamenti nazionali e delle definizioni giuridiche adottate. Anche l’idea che esista un’unica posizione europea sui generi è falsa: l’UE non impone una definizione unica di identità di genere, e i Paesi membri hanno regole differenti sul riconoscimento legale.

Valutazione finale

Il contenuto è quindi misto: corretto nel dire che la Commissione europea vuole spingere i Paesi membri a vietare le “conversion practices”, ma fuorviante nel presentarlo come un piano di “estensione” o come una prova di supposta imposizione ideologica sui “generi”. In realtà il dato politico è più semplice e meno spettacolare: Bruxelles sta tentando di trasformare in standard europeo il divieto di pratiche considerate dannose e discriminatorie, senza però avere ancora una legge vincolante unica per tutta l’Unione.